CHI SIAMO?

Qui sommes-nous ?

Investig’Action è un collettivo fondato da Michel Collon nel 2004. Raggruppa giornalisti, scrittori, video maker, traduttori, grafici e tutta una serie di altre persone che lavorano allo sviluppo dell’informazione alternativa. Siccome non possiamo lasciare che i media dominati dalla logica di mercato monopolizzino l’informazione sulle guerre, l’economia e i rapporti Nord-Sud, Investig’Action milita per dare la parola a chi non ha voce.
Michel Collon è scrittore e giornalista indipendente. Destinato a una bella carriera d’avvocato, abbandona il Foro per la fabbrica, dove si impegna nelle lotte sindacali. Dopo aver militato per molti anni in diverse associazioni e collaborato con il giornale Solidaire, Michel si fa conoscere al grande pubblico nel 1992 con Attenzione, media!, un’opera che smonta le menzogne della prima guerra in Iraq. Una svolta nella battaglia dell’ex sindacalista? Non proprio. Si potrebbe piuttosto parlare di uno sviluppo logico. In effetti, lo sfruttamento dei lavoratori, le guerre per i soldi e le manipolazioni mediatiche… tutto è legato. E Michel non farà che dimostrarlo nel corso del suo lavoro: missioni d’osservazione in Jugoslavia, in Iraq, in Venezuela o in Libia, pubblicazioni sulla NATO, Israele e Chavez, produzione di film sul Kosovo, l’America Latina o l’Africa…
C’è un filo rosso nel lavoro di Michel et di Investig’Action. Questo sistema che sfrutta i lavoratori per arricchire l’1% produce anche delle guerre. Inoltre, i media dominanti disinformano sistematicamente su questi conflitti, applicando i cinque principi della propaganda di guerra. Perché sono di proprietà dell’ 1%, perché si iscrivono in una logica di mercato, perché le condizioni di lavoro sono incompatibili con un’informazione di qualità, per tutte queste ragioni i media mainstream favoriscono l’ideologia dominante e ci vendono le guerre « umanitarie ».
Convinto che la stampa mainstream non possa essere riformata, anche se vi sono dei giornalisti coraggiosi che fanno quel che possono, Michel decide di fondare Investig’Action, con l’idea che il ruolo dei cittadini è essenziale per garantire il diritto all’informazione. Oggi il collettivo può dunque contare sul sostegno di centinaia di volontari: giornalisti professionisti, corrispondenti, chi capta le buone informazioni, traduttori, diffusori, grafici, scrittori, disegnatori, correttori, studenti, informatici… Tutti questi talenti sono coordinati nella redazione da Alex, Raffaele e Grègoire. In questo modo riusciamo a diffondere articoli di attualità, analisi di fondo, testimonianze inedite e video attraverso la nostra newsletter a 60.000 abbonati in francese, 10.000 in spagnolo, 5.000 in inglese, e dei progetti anche in arabo e in italiano. Investig’Action significa anche due importanti pubblicazioni mensili, il Giornale dell’Africa in associazione con Olivier, e il Giornale della Nostra America, con Tarik. Investig’Action vuol dire inoltre dei seminari di formazione all’alfabetizzazione mediatica, conferenze su questioni internazionali e un insieme di progetti in preparazione sull’islamofobia, l’estrema destra e la Palestina. Il tutto supportato dal nostro direttore amministrativo, Miléna.
Il sito di Investig’Action è gratuito e garantito senza pubblicità. La sua sopravvivenza e il suo sviluppo sono possibili solamente grazie alla vendita dei nostri libri e dei nostri film. Un’attività che contiamo di sviluppare ulteriormente con Manu che si occupa del pôle Editions. Ma ci sono anche le vostre donazioni. Fondamentali, specialmente se si considera che per difendere la sua indipendenza Investig’Action ne riceve alcun sussidio. Tutto il lavoro che abbiamo intrapreso dal 2004 non sarebbe stato possibile senza di voi. E tutto ciò che resta da fare non si farà senza di voi. La battaglia dell’informazione continua, ed è insieme che la portiamo avanti.

Quello che non è Investig'Action

Nel denunciare le guerre cosiddette “umanitarie” della NATO, nel sostenere la lotta dei popoli contro il colonialismo e nello smascherare le media-menzogne dei nostri dirigenti, Investig’Action non si è fatta solo degli amici. Alcuni detrattori provano ad attaccarci addosso delle etichette infamanti per escluderci dal dibattito e monopolizzare l’informazione sulle guerre. Urge quindi una riflessione su ciò che Investig’Action non è.
Investig’Action non è «antisemita»
É diventato un argomento classico nella difesa di Israele, talvolta utilizzato fino al grottesco: chiunque critichi la politica di questo Stato coloniale viene tacciato di antisemitismo. Investig’Action non è sfuggita a questa regola. Eppure, diverse volte abbiamo ricordato la differenza fondamentale tra l’antisemitismo (l’odio verso gli ebrei) e l’antisionismo (la critica del colonialismo di Israele). Noi condanniamo il primo e rivendichiamo il secondo. Il conflitto israelo-palestinese non è religioso, checché ne dica la propaganda israeliana, ma economico. Come ogni conflitto coloniale.

Investig’Action non è «complottista»
Avendo ormai abusato dell’etichetta di antisemita, si lancia quindi l’accusa «complottista» senza apportare la minima evidenza concreta. Per intimorire il pubblico ed escludere dal dibattito quelli che non si vuole ascoltare. Due domande importanti: 1. Perché i media riportano sistematicamente la versione della NATO su questi conflitti ? 2. Perché le questioni economiche sono sempre assenti ? Sin dalla sua creazione, Investig’Action si sforza di dimostrare che non ci sono guerre umanitarie, bensì un sistema economico basato sulla concorrenza e e la ricerca del massimo profitto che spinge a bombardare i paesi del Sud per controllare le loro materie prime, ottenere una manodopera a buon mercato e trovare sbocchi per i capitali.
Pretendere che la NATO bombardi per la democrazia, è propaganda di guerra. Pretendere che le guerre siano provocate dagli Illuminati o da ebrei potentissimi che controllano il mondo, è pura fantasia. Entrambi nascondono la natura profonda dei nostri sistemi economici, i cui meccanismi stessi conducono alla guerra.
Investig’Action non è «l’amico dei dittatori»
Opporsi alla guerra equivale a sostenere i dittatori che ne sono colpiti ? Se si parte dal principio che la NATO conduce delle guerre umanitarie per portare la democrazia dappertutto nel mondo, beh perché no ? Ma allora bisognerà spiegare perché i nostri governi sostengono le dittature in certi paesi e provano a rovesciarle in altri.
In realtà, la NATO lavora per gli interessi delle multinazionali. Quindi, quando Investig’Action è contro le guerre, non è per difendere i governi in carica, ma per evitare che i paesi colpiti vengano saccheggiati dall’Occidente. Nella convinzione che ogni popolo abbia il diritto di scrivere la propria storia, Investig’Action non è amico dei dittatori , ma solidale con i popoli vittime della NATO.

Investig’Action non è «rosso-bruno»
Siccome il ridicolo non uccide, alcuni dei nostri detrattori non hanno esitato a dipingere Investig’Action come un collettivo «rosso-bruno». Un termine fantasioso. Navigheremmo sia nell’estrema destra che nell’estrema sinistra. Per sostenere la loro posizione, i nostri detrattori ricorrono alla “colpevolezza per associazione”, un procedimento straordinario che consente di apporre l’etichetta di “fascista” su chiunque. Basta associare una persona o un’organizzazione a qualcuno che, direttamente o indirettamente, si trova coinvolto nell’estrema destra. Eccoli contaminati! In realtà sul nostro sito non troverete nessun articolo che promuova questa tendenza. Al contrario, nel corso del nostro lavoro abbiamo criticato l’estrema destra.
Questa equazione scandalosa si basa su un altro argomento capzioso: noi ci opponiamo alle guerre della NATO come certi nazionalisti di destra. La radice del problema è che la maggior parte della sinistra ha abbandonato la battaglia per la pace e capitolato di fronte al militarismo della NATO (invece di rispettare la Carta dell’ONU e di cercare delle soluzioni negoziate ai problemi). Se vi sono nazionalisti di destra che denunciano le guerre, ovviamente non è per le stesse ragioni. Investig’Action riprende Jaurès: « Il capitalismo porta in sé la guerra come la nube porta la tempesta». A destra non si contesta questo sistema. E a sinistra? Molti si sono arenati nel «Ni, ni». Quando la NATO attacca una dittatura, non si prende posizione né per l’aggressore, né per l’aggredito. Questa posizione idealista ha sempre lasciato il campo libero alle guerre imperialiste. E permette ai nazionalisti di destra di monopolizzare il movimento anti-guerra. Questo ci dimostra che un dibattito sulla sinistra e la guerra è indispensabile. Investig’Action ha già cercato più volte di intraprendere questa discussione.

Cosa vuole Investig'Action ?

Investig’Action è il collettivo che anima il sito investigaction.net. La nostra newsletter vi propone ogni settimana articoli dal mondo intero, video controcorrente e anche dei test sui media che vi aiutano a decodificare l’informazione. La voce di coloro che non hanno spazio nei media tradizionali. La voce dei senza voce. Siete in tanti a leggerci ogni giorno e a esprimerci la vostra soddisfazione.
Questo collettivo produce anche delle pubblicazioni come Israele, parliamone !, I 7 peccati di Hugo Chavez, La Strategia del caos (Imperialismo e islam)… et dei documentari come Bruxelles – Caracas, I Dannati del Kosovo, e presto uno sull’Africa… Al fine di entrare in contatto con le persone, partecipiamo a svariati dibattiti, animiamo un forum et organizziamo anche dei seminari di formazione.
Il diritto di sapere
Il nostro scopo ? Mettere in pratica ciò che rivendicava lo scrittore Jean-Paul Sartre : « Si ritiene che la libertà d’informazione, il diritto alla libertà di stampa, è un diritto del giornalista. Ma assolutamente no, è un diritto del lettore del giornale. Ciò significa che sono le persone ad avere il diritto di essere informate. Sono le persone che lavorano in un’impresa, in un cantiere, in un ufficio che hanno il diritto di sapere ciò che accade e di tirarne le conseguenze ».
Il diritto di sapere ciò che accade è indispensabile perché i cittadini comprendano, discutano e si impegnino. Guerre, occupazioni, ingiustizie, problemi sociali : ognuno di noi ha il diritto di conoscere i fatti, i protagonisti, gli interessi nascosti, le strategie segrete …

Perché l’informazione deve essere indipendente
Perché Sartre voleva fondare un giornale indipendente? Perché riteneva che le persone fossero disinformate? Perché i media tradizionali sono dominati da interessi privati, quelli delle multinazionali. O sono di loro proprietà, o li controllano attraverso i loro enormi bilanci pubblicitari, oppure li influenzano con i loro legami politici. Ne La Fabbrica del Consenso, Chomsky e Herman lo hanno dimostrato: i media influenzano l’opinione pubblica affinché essa sostenga le politiche dei governi e delle multinazionali.
É logico. Gli interessi in gioco sono troppo grandi perché i potenti lascino spazio alla democrazia e alla libera informazione. Come diceva Coluche: « Non si può dire la verità in televisione, c’è troppa gente che guarda ». Questo sistema mediatico non permetterà mai ai giornalisti onesti di informare senza alcuna censura sulle ingiustizie che sono indispensabili ai profitti delle multinazionali.
L’indipendenza finanziaria, una scelta
Una sola alternativa, quindi : i cittadini stessi assumono un ruolo attivo nella questione dell’informazione. Investig’Action vuole aiutare le persone a sviluppare un ampio movimento cittadino per l’informazione, al fine di combattere le ingiustizie e fermare le guerre.
Ma ovviamente, resistere agli interessi dominanti e rimanere indipendenti ha un prezzo: niente sovvenzioni, niente pubblicità e nessuna visibilità nei media. Non possiamo sopravvivere se non con il sostegno delle persone. Investig’Action non cerca di fare del profitto, si tratta di un impegno militante. Per far fronte ai costi, finanziare le nostre attività, le nostre sole risorse sono le vostre donazioni e la vendita di libri e DVD direttamente sul nostro sito, o durante le conferenze organizzate dalle associazioni locali.
Se credete nell’informazione indipendente, contiamo su di voi.

Le regole della propaganda di guerra
In che modo i media occidentali hanno coperto le varie guerre che si sono succedute alla prima guerra del Golfo? Si possono tirare delle riflessioni comuni ? Esistono delle regole imprescindibili della «propaganda di guerra » ? Sì.
1. Nascondere gli interessi I nostri governi si battono per i diritti dell’uomo, la pace o qualche altro ideale nobile. Mai presentare la guerra come un conflitto tra interessi economici e sociali opposti.
2. Demonizzare. Per ottenere il sostegno dell’opinione pubblica, preparare ogni guerra con una grande, spettacolare media-menzogna. Poi continuare a demonizzare l’avversario, insistendo in special modo con immagini di atrocità.
3. La Storia non esiste ! Nascondere la storia e la geografia della regione. Questo rende incomprensibili i conflitti locali alimentati, se non provocati dalle stesse grandi potenze.
4. Organizzare l’amnesia. Evitare ogni richiamo serio a manipolazioni mediatiche precedenti. Ciò renderebbe il pubblico troppo diffidente.
Regola n° 1. Nascondere gli interessi
La regola più importante della propaganda di guerra è nascondere il fatto che queste guerre sono condotte per interessi economici ben precisi, quelli delle multinazionali. Che si tratti di controllare le materie prime strategiche, le vie del petrolio e del gas, che si tratti di aprire i mercati e di distruggere stati troppo indipendenti, che si tratti di distruggere ogni paese che possa rappresentare un’alternativa al sistema, le guerre alla fine sono sempre economiche. Mai umanitarie. Eppure, a ogni occasione, all’opinione pubblica si racconta il contrario.
La prima guerra contro l’Iraq fu presentata all’epoca come una guerra per far rispettare il diritto internazionale. Mentre i veri obiettivi, illustrati in svariati documenti – anche non interni – del regime statunitense erano:
1. Abbattere un regime che esortava i paesi arabi ad unirsi per resistere a Israele e agli Stati Uniti.
2. Mantenere il controllo su tutto il petrolio del Medio Oriente.
3. Installare delle basi militari in un’Arabia Saudita già reticente. É molto istruttivo, e buffo, rileggere oggi le nobili dichiarazioni fatte all’epoca dalla stampa europea sulle nobili motivazioni della prima guerra del Golfo.
Da tutto ciò, non si trae alcun bilancio.
Le varie guerre contro la Jugoslavia sono state presentate come guerre umanitarie. Mentre, secondo i loro stessi documenti, consultabili da tutti, le potenze occidentali avevano deciso di abbattere un’economia troppo indipendente rispetto alle multinazionali, con diritti sociali importanti per i lavoratori. Il vero scopo era controllare le rotte strategiche dei Balcani (il Danubio e gli oleodotti in progettazione), di installare basi militari (quindi sottomettere il forte esercito jugoslavo) e di colonizzare economicamente il paese. Attualmente diverse informazioni in loco confermano una colonizzazione sfacciata per mano delle multinazionali tra cui la US Steel, il saccheggio delle ricchezze del paese, la miseria crescente che ne consegue per la popolazione. Ma tutto ciò rimane accuratamente nascosto all’opinione pubblica internazionale. Così come le sofferenze delle popolazioni nei vari altri paesi colonizzati.
L’invasione dell’Afghanistan è stata presentata come una battaglia contro il terrorismo, in seguito come una lotta di emancipazione democratica e sociale. Mentre, anche in quel caso, documenti USA tranquillamente consultabili rivelavano di cosa si trattasse. 1. Costruire un oleodotto strategico per controllare l’approvvigionamento di tutto il Sud dell’Asia, continente decisivo per la guerra economica del 21mo secolo. 2. Stabilire delle basi militari USA al centro dell’Asia. 3. Indebolire tutti i “rivali” possibili su questo continente – la Russia, l’Iran et soprattutto la Cina – e impedire loro di allearsi.
Parallelamente, si potrebbe analizzare come ci vengono accuratamente nascoste le vere questioni economiche e strategiche delle guerre in corso o a venire : Colombia, Congo, Cuba, Corea… Insomma, il tabù fondamentale dei media è il divieto di mostrare che ogni guerra serve soprattutto gli interessi di multinazionali ben precise. Che la guerra sia la conseguenza di un sistema economico che impone letteralmente il dominio del mondo da parte delle multinazionali e il saccheggio per impedire che lo facciano i suoi rivali.
Regola N°2. Demonizzare.
Ogni grande guerra comincia con una grande media-menzogna che serve a scuotere l’opinione pubblica perché si trovi in accordo con i suoi governanti.
Nel 1965, gli Stati Uniti scatenano la guerra del Vietnam inventando di sana pianta un attacco vietnamita contro due delle loro navi (incidente « della baia del Tonkin »).
Contro Grenada, nell’ 83, inventano una minaccia terrorista (di già!) che avrebbe come obiettivo gli Stati Uniti.
La prima aggressione contro l’Iraq, nel 1991, è “giustificata” con un presunto furto di incubatrici in un ospedale ostetrico di Kuwait City. Media-menzogna fabbricata di tutto punto dalla società di public relations statunitense Hill & Knowlton.
Allo stesso modo, l’intervento della NATO in Bosnia (’95) sarà « giustificato » con delle finte storie di « campi di sterminio » et di bombardamenti sui civili a Sarajevo, attribuiti ai Serbi. Le inchieste successive (tenute segrete) mostreranno invece che gli autori erano infatti gli stessi alleati della NATO;
Inizio ’99, l’attacco contro la Jugoslavia sarà « giustificato » con un’altra sceneggiata : un presunto « massacro di civili » a Racak (Kosovo). In realtà, un combattimento tra due eserciti, provocato dai separatisti dell’UCK. Quelli che i responsabili statunitensi qualificavano come « terroristi » all’inizio del ’98 e come « combattenti per la libertà » qualche mese dopo.
La guerra contro l’Afghanistan ? Peggio ancora, con gli attentati dell’11 settembre. Sui quali veniva soffocata ogni inchiesta seria e indipendente, mentre i falchi dell’amministrazione Bush si affretteranno a far passare dei piani di aggressione, preparati da tempo, contro l’Afghanistan, l’Iraq e altri paesi.
Ogni grande guerra comincia con una media-menzogna di questo tipo :immagini atroci che provano che l’avversario è un mostro e che dobbiamo intervenire per una « giusta causa ».
Affinché una tale menzogna mediatica funzioni bene, sono necessarie diverse condizioni: 1. Immagini orrende. Truccate se necessario. 2. Continuare instancabilmente a mostrarle per svariati giorni, poi prolungare con dei richiami frequenti. 3. Monopolizzare i media, escludere la versione dell’altra parte. 4. Eliminare le critiche, ad ogni modo fino al momento in cui sarà troppo tardi. 5. Qualificare come « complici», o addirittura « revisionisti » quelli che mettono in dubbio queste menzogne mediatiche.
Regola N° 3. La Storia non Esiste !
In tutti i grandi conflitti di questi ultimi anni, i media occidentali hanno nascosto all’opinione pubblica i dati storici e geografici essenziali per comprendere la situazione delle regioni strategiche coinvolte.
Nel 1990, l’occupazione del Kuwait da parte dell’Iraq (che qui non si tratta di giustificare o di analizzare) ci è stata presentata come una « invasione straniera ». Si « dimentica » di dire che il Kuwait era sempre stata una provincia dell’Iraq, che ne era stata separata solamente nel 1916 per volere dei colonialisti britannici, con l’obiettivo esplicito di indebolire l’Iraq et di guadagnare il controllo della regione, che nessun altro paese arabo aveva mai riconosciuto questa « indipendenza », e infine che il Kuwait é solo un pupazzo che consente agli USA di confiscare i proventi del petrolio.
Nel 1991, in Jugoslavia, ci vengono presentati come dei democratici gentili “vittime” due dirigenti estremisti, razzisti e provocatori, che la Germania aveva armato prima della guerra: il croato Franjo Tudjman et il bosniaco Alia Izetbegovic. Nascondendo il fatto che sono legati al passato più sinistro della Jugoslavia: il genocidio di serbi, ebrei e rom del ’41- ’45. In questo modo le popolazioni serbe in Bosnia vengono presentate come degli invasori, mentre ci vivevano da secoli.
Nel 1993, l’intervento occidentale in Somalia ci viene presentato come « umanitario », nascondendo accuratamente che delle società USA hanno comprato il sottosuolo petrolifero di questo paese. E che Washington intende controllare questa regione strategica del « Corno d’Africa », così come le rotte dell’Oceano Indiano.
Nel 1994, il genocidio in Rwanda ci viene presentato tacendo sulla storia della colonizzazione belga e francese. La quale aveva deliberatamente organizzato il razzismo tra Hutu et Tutsi per divederli meglio.
Nel 1999, il Kosovo ci viene presentato come una terra invasa dai Serbi. Ci dicono « 90% di Albanesi, 10% di Serbi ». Tacendo sulla forte diminuzione del numero di Serbi durante il genocidio perpetrato in questa provincia durante la Seconda Guerra mondiale, poi durante l’amministrazione albanese della provincia (anni ’80). Si cerca anche di far passare inosservata l’esistenza nel Kosovo di svariate minoranze (Rom, Ebrei, Turchi, Musulmani, Gorani, etc…). Minoranze per le quali i « nostri amici » dell’UCK avevano programmato la pulizia etnica, che realizzano oggi sotto gli occhi e con la benedizione della NATO.
Nel 2001, ci si scaglia contro i talebani, regime certamente poco difendibile. Ma chi li ha portati al potere? Chi li ha protetti dalle critiche delle organizzazioni per i diritti dell’uomo, al fine di poter costruire insieme a loro un succoso oleodotto transcontinentale ? E soprattutto, all’inizio, chi ha utilizzato il terrorismo di Bin Laden per rovesciare il solo governo progressista che aveva condotto all’emancipazione di donne e contadini ? Chi ha quindi ripristinato il peggiore terrore fanatico in Afghanistan ? Chi, se non gli Stati Uniti ? Di tutto questo, non sarà informati come si deve. O avverrà troppo tardi
La regola è semplice. Occultare il passato permette di impedire al pubblico di comprendere la storia dei problemi locali. E permette di demonizzare uno dei protagonisti secondo i propri interessi. Come per caso, sempre chi resiste agli obiettivi neo-coloniali delle grandi potenze.
Regola N° 4. Organizzare l’amnesia.
Mentre una grande potenza occidentale prepara o provoca una guerra, non sarebbe il momento di ricordare le grandi media-menzogne dei conflitti precedenti ? Di imparare a decifrare le informazioni trasmesse dagli elementi di comando così interessati? Questo è avvenuto in occasione delle varie guerre degli anni ’90 ? Mai. A ogni occasione, la nuova guerra diventa la « guerra giusta», ancora più pura delle precedenti, e non è il momento di suscitare dubbi.
I dibattiti li faremo più tardi. O mai ? Un caso esemplare: recentemente, un super-bugiardo è stato colto con le mani nel sacco, in flagrante delitto di menzogna mediatica. Alastair Campbell, direttore della « comunicazione » di Tony Blair, ha dovuto dimettersi quando la BBC ha rivelato che aveva manipolato le informazioni sulla presunte armi di distruzione di massa. Questo fatto ha provocato un qualche dibattito sulle uscite precedenti del citato Campbell ? Non sarebbe stato interessante spiegare che tutte le nostre informazioni sul Kosovo erano state costruite dallo stesso Campbell ? Che ciò meritava certamente un accertamento e una rivalutazione dell’informazione fornita sulla guerra contro la Jugoslavia ? Niente di tutto ciò.

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