«Lo spirito dell’11 gennaio» o le guerre francesi all’ombra di Charlie

La conferenza stampa di François Hollande del 5 febbraio 2015 è stata l’occasione per il Presidente della Repubblica per dare la sua lettura dello “spirito dell’11 gennaio”. Questa strana espressione, ripresa a turno da tutti i media main-stream, tende ad affermare l’idea di un’”unità nazionale” diventata possibile e necessaria da un lato, auspicabile e auspicata dai cittadini francesi, dall’altro. Da un mese, il metodo Coué e il suo principio che “la ripetizione fissa la nozione” sono diventati il leit-motiv del governo e dei media: la Francia è in guerra, questa guerra richiede interventi militari esterni e misure di sorveglianza a casa, queste ultime impongono un’”unità nazionale”, esigono per giunta un’offensiva ideologica, affidata alla scuola della repubblica, per identificare coloro “che non sono Charlie,” etc. Questo è il contenuto (costantemente ripetuto per essere fissato in ogni coscienza) dello “spirito del 11 gennaio”, che Francois Hollande vuole “prolungare” (1). Lo spirito dell ’11 gennaio per Hollande è uno spirito guerriero.

{{{PREPARARE L’OPINIONE PUBBLICA ALLE NUOVE GUERRE IN AFRICA}}}

La Francia non ha atteso i recenti attentati per impegnarsi in nuove strategie di guerra, particolarmente in Africa. Questi, però, sono una manna politica formidabile per il governo, allo scopo di legittimare la sua strategia di guerra. “Lo spirito di gennaio 2015 è l’unità della Repubblica” (2), ricorda nella sua conferenza stampa. Tutti coloro che si oppongono alle misure militari interne o esterne sono pertanto assegnati al di fuori della Repubblica. L’imposizione di un consenso sulle guerre presenti e future, tale è l’origine della strumentalizzazione dell’emozione suscitata dagli eventi del mese scorso.
L’attuale contesto storico è caratterizzato dal rilancio della concorrenza per il controllo delle materie prime strategiche: tra grandi potenze imperialiste, da un lato, e tra loro e i paesi emergenti dall’altro. Questa concorrenza è ulteriormente rafforzata dai progressi tecnologici che permettono la scoperta e lo sfruttamento di nuovi giacimenti. L’insieme del continente africano è quindi soggetto a nuove scoperte di gas, di petrolio e di minerali strategici. L’ONG OXFAM usa il termine pertinente di “maledizione delle risorse”, per descrivere le conseguenze della “scoperta di nuovi giacimenti di ferro, petrolio, gas, oro e carbone – per una cifra stimata di 11 miliardi di dollari dollari solo in Guinea, Ghana, Liberia, Tanzania e Mozambico “. (3)

Nei paesi in cui la Francia è impegnata militarmente, la situazione è la stessa. In Mali, le nuove scoperte riguardano principalmente l’oro, l’uranio, il petrolio e il gas. È, in realtà, tutta la regione del Sahel che diventa un “nuovo Eldorado” per le multinazionali occidentali:

“La francese Total e l’algerina Sonatrach sono all’avanguardia per diversi progetti nel Sahel. I due gruppi petroliferi sgomitano per avere la maggior parte dei progetti in Mali e in Niger, apprendiamo da un ex-dirigente della Sonatrach. Infatti, le recenti scoperte di risorse minerarie nel bacino Taoudeni grande 1,5 milioni di chilometri quadrati, suddivisi tra Mali, Algeria, Mauritania e Niger, provocano un forte interesse in questo settore, una volta senza importanza. In effetti, le ultime informazioni riportate dai media e attribuite a Jean Francois Arrighi de Casanova, direttore Nord Africa per la Total, illustrano scoperte enormi di gas, che rallentano la progressione delle esplorazioni verso la zona petrolifera della Mauritania. “(4)

È questo contesto che spiega la fine delle operazioni Serval (5), Sabre (6) e Hawk (7) e la loro sostituzione con l’operazione Barkhane lanciata il 1° agosto 2014. Non è un semplice cambiamento di nome, ma il passaggio da operazioni legalmente temporanee a un intervento duraturo che si sta ora estendendo in tutto il Sahel. Oramai, sono 3.000 gli uomini presenti in pianta stabile nel Sahel.

La situazione non è affatto diversa per la Repubblica Centrafricana, un altro paese dove i nostri soldati “si battono per la libertà e i diritti umani”. È stato sufficiente che Areva annunciasse la sospensione della miniera Bakouma nel nord-est della Repubblica Centrafricana, perché si moltiplicassero le analisi, negando qualsiasi base economica all’intervento militare francese. I dirigenti di Areva specificano essi stessi che si tratta di una sospensione “di uno o due anni”, legata alla riduzione dei costi dell’uranio sul mercato mondiale, a seguito del disastro di Fukushima in Giappone. Il nucleare sull’osservatorio sottolinea, da parte sua, che “ci saranno probabilmente problemi di approvvigionamento abbastanza significativi (…) sono prima stati sfruttati i giacimenti più ricchi e facili da sfruttare e così, ora, più si va avanti, più è difficile e bisogna fare degli sforzi per uscire dall’ uranio.”(8) Se le operazioni minerarie possono quindi essere temporaneamente congelate, date le fluttuazioni globali, il controllo di questi giacimenti sfruttabili nel futuro resta strategicamente essenziale. È di nuovo questa base economica, insieme alla posizione geo-strategica della Repubblica Centro-africana che spiega l’operazione Sangaris, che dura dal dicembre 2013, con 1.600 soldati francesi che “rimarranno tutto il tempo necessario “. (9)

Con 3.000 soldati nel Sahel e 1600 in Africa Centrale, la Francia è di fatto in guerra in Africa, ma è una guerra per le risorse di petrolio, gas e minerali strategici. È alla rincorsa di questo “spirito di guerra”, che ci richiama Hollande, definendolo lo “spirito dell’11 gennaio.”

{{{LO SPIRITO DI GUERRA IN MEDIO ORIENTE}}}

L’Africa non sostituisce il Medio Oriente in quanto alla sfida delle materie prime, si è semplicemente aggiunta ad esso. Le nuove scoperte dei giacimenti di petrolio, gas e minerali strategici in Africa, proiettano su tutto il continente la situazione già analizzata per l’Africa australe dallo specialista in materie prime Gérard A Montifroy:

“Si è tentati di fare un parallelo tra il Sud dell’Africa e il Medio Oriente, il primo rappresentante, in quanto a materie prime, di minerali strategici, il secondo del petrolio; i problemi politici interni che agitano la parte meridionale dell’Africa potrebbero essere paragonati alle questioni palestinese e sciita che agitano oggi la penisola arabo-persica. “(10)

In Africa australe, questo ha significato, tra l’altro, il genocidio in Ruanda e la destabilizzazione assassina permanente in corso nel Congo, nel Sahel e nell’Africa Centrale. Le stesse cause portano a nuove guerre in altre parti del continente. Queste cause sono anche la causa delle guerre che persistono in Medio Oriente, area in cui la Francia è particolarmente attiva. Ancora una volta, la lotta contro il “jihadismo” copre l’escalation alla guerra per il gas e il petrolio.

La Francia è stata parte integrante della guerra in Afghanistan dal 2001 al dicembre 2014, con un contingente che contava fino a 4.000 uomini al culmine dell’impegno francese. La situazione geo-strategica del Paese (ai confini della Cina e dell’Iran, sulle rotte degli oleodotti della regione) non è l’unica ragione per la guerra. Il New York Times del 14 Giugno 2010 ha rivelato l’entità dei depositi non sfruttati di petrolio, gas e, soprattutto, di litio. “Una nota interna del Pentagono, per esempio, afferma che l’Afghanistan potrebbe diventare l’”Arabia Saudita del litio”, una materia prima fondamentale per la produzione di batterie per computer portatili e BlackBerry.” (11) Per chi pensa che eravamo in Afghanistan per “lottare contro l’oscurantismo”, è utile ricordare le parole del Presidente della Repubblica Federale Tedesca il 22 maggio 2010, concernenti le ragioni della guerra:

“A mio parere, la società nel suo complesso sta accettando gradualmente (…) che, nel dubbio e in caso necessario, il coinvolgimento militare possa essere necessario per proteggere i nostri interessi, per esempio la libertà delle vie commerciali, ad esempio impedendo l’instabilità in intere regioni, il che avrebbe effetti negativi sulle nostre borse, i nostri posti di lavoro e il nostro reddito.” (12)

Per incautamente reso pubblica i veri scopi della guerra in Afghanistan, il presidente tedesco Horst Köhler è stato costretto a dimettersi. In Iraq, gli annunci di nuovi giacimenti di petrolio sono continui. Nel gennaio 2013, un nuovo campo in provincia di Maysan, vicino al confine iracheno, è stato stimato in un miliardo di barili (13). Nel mese dell’ottobre 2013 (14), la compagnia petrolifera Total ha annunciato la scoperta di nuovo petrolio e gas nel Kurdistan iracheno. La Total si è installata nella zona dal 2012, con l’accordo delle autorità della regione autonoma e senza l’accordo di Baghdad. Nel mese di dicembre 2014 (15), lo stesso gruppo ha annunciato la scoperta di un altro campo nella stessa provincia. Per quanto riguarda la Siria, il quotidiano Le Figaro ha riassunto come segue la sua importanza per le multinazionali del petrolio e del gas: “Più che le sue riserve di petrolio e di gas è la posizione geo-strategica del paese che permette di svolgere un ruolo chiave nel transito di energia nella regione.“(16)

E noi che abbiamo pensato, secondo “lo spirito del 11 gennaio” interpretato da Hollande, che i nostri soldati ci difendevano laggiù contro lo “jihadismo”! “Lo spirito dell’11 gennaio” ha permesso a Hollande di ricevere un assegno in bianco per la continuazione della guerra in Iraq, il 13 gennaio 2015, nella stessa sessione dedicata agli attacchi. All’Assemblea Nazionale, sono stati a favore 488 deputati, con solo 13 astensioni (principalmente del Front de Gauche) e uno contrario. Al Senato, sono stati 327 su 346 senatori ad approvare la guerra, gli altri astenendosi o non prendendo parte alla votazione. Che grande consenso bellico!

In Medio Oriente come in Africa, le guerre in corso sono guerre per il petrolio e i minerali, checché ne dica Francois Hollande.
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{{{LA GUERRE INTERNA DI VALLS}}}

Se Hollande gonfia il petto per le guerre fuori dal territorio, Valls s’impegna a preparare la retroguardia, con un discorso sul tema della “guerra interna”. In un linguaggio degno dei più illustri gesuiti, Valls si oppone all’adozione di “misure d’eccezione”, ma si dichiara a favore di “misure eccezionali”. Per quanto riguarda queste misure eccezionali che non sono d’eccezione, il primo ministro ne ha fornito un elenco non definitivo: dispiegamento di 10.000 soldati in Francia, rinforzo dei mezzi di sicurezza interna, scambio europeo sui passeggeri aerei, nuovo dossier per i “condannati per atti di terrorismo o che hanno fatto parte di gruppi terroristi, settori specifici in carcere per i detenuti giudicati “radicalizzati”, creazione di un’unità di intelligence all’interno della Protezione Giudiziaria della Gioventù (PJJ), facilitazione delle intercettazioni telefoniche per il futuro progetto di legge sull’intelligence. Tutte queste misure sono, naturalmente, messe in campo per proteggerci, dal momento che siamo veramente in “guerra interna”.

Il discorso sulla “guerra interna” in un contesto di emozione di massa strumentalizzata mira a imporre una visione binaria dei dibattiti, in cui una delle opzioni è “repubblicana” e l’altra, “anti-francese” “anti-repubblicana” “anti-democratica”, etc.: per o contro Charlie che diventa per Charlie o per gli “jihadisti”, a favore o contro la guerra diviene per la guerra o per gli “jihadisti”, a favore o contro le restrizioni alle libertà diventa per la sicurezza o contro la sicurezza, etc. Questa imposizione mediatica e politica di una binarità di posizioni tende a produrre una caccia al sospetto e un incoraggiamento alla delazione.

Non è sorprendente, in questo contesto, che abbiamo avuto nelle ultime settimane una banalizzazione della delazione: bambini segnalati dagli insegnanti, presidi e altro personale della Pubblica Istruzione convocato per interrogatori in una stazione di polizia; funzionari municipali denunciati per lo stesso motivo da un superiore gerarchico a Lille, con conseguente licenziamento; un delegato sindacale denunciato da dei salariati con conseguente procedura di licenziamento, ecc. Ogni volta, l’accusa è la stessa: “apologia del terrorismo”. L’incoraggiamento della delazione si è anche colorato del discorso della prevenzione. Si tratterebbe di impedire la radicalizzazione, rilevandone i segnali precoci. Cambiare abitudini alimentari, cambiare modo di vestire, non ascoltare musica, ecc, sono tutti segnali che ci devono allertare.

La mancanza di risposta a queste pratiche di delazione e a questa “prevenzione” sottolinea che la dipendenza dal male è ampiamente avanzata. È così che ci si abitua gradualmente all’oppressione.

È tempo di reagire prima che, di rinuncia in rinuncia, si passi un punto di non ritorno qualitativo. Il fascismo di rado nasce bruscamente. È di solito preceduto da un lungo processo, in cui le libertà democratiche sono ristrette sempre più e delle repressioni sempre più importanti vengono realizzate, per “tenerci al sicuro”. Il fascismo stesso si continua a legittimare con il bisogno di sicurezza. Nelle parole di Joseph Goebbels, ministro del Reich per l’istruzione del popolo e della propaganda: “Non hai nulla da temere, se non hai nulla da nascondere.”

Non ne siamo del tutto consapevoli, ma l’operazione Charlie ha davvero indebolito i nostri anticorpi democratici. È il momento di riprendere l’iniziativa.

{{{Note:}}}

(1) “Questo spirito, devo estenderlo con il governo”, ha detto il capo di Stato durante la sua conferenza stampa, spedizione AFP del 5 Febbraio 2015.

(2) Ibid.

(3) Winnie Byanyima, direttrice esecutiva di Oxfam, la lotta contro la “maledizione delle risorse” in Africa ha raggiunto un punto di svolta, in “http: //www.oxfam.org/fr/salle-de-pr
(4) Il Sahel, nuovo Eldorado dell’oro nero? http: //archiveslepost.huffingtonpos
(5) L’operazione Serval è lanciata ufficialmente nel mese di gennaio 2013, per proteggere Bamako dagli “jihadisti”. Si conclude nel mese di luglio 2014. Le forze militari che l’hanno condotta, sono stati poi incorporati nella Barkhane. Sempre per l’eradicazione dei “gruppi jihadisti”.
(6) L’operazione Sabre è il nome in codice per l’operazione del Special Operations Command (COS), attivata nel mese di agosto 2012 in diversi paesi del Sahel (Mauritania, Niger, Burkina Faso). Ufficialmente l’obiettivo è ancora in ressources.html

(7) L’operazione Sparviero è la più antica. Iniziata nel febbraio 1986 in Ciad, formalmente per opporsi all’”aggressione libica” contro il paese.

(8) Stéphane Lhomme, citato in L’estrazione dell’uranio, http: //controverses.sciences-po.fr / …
(9) Francois Hollande, spedizione AFP del 7 dicembre 2013.
(10) A Montifroy Gérard, L’Europa tra sfide economiche e miti culturali, in Odile Wattel di Croizant e Gerard A Montifroy (Coord.), L’age de l’homme, Losanna, 2007, p.38

(11) James Risen, “Gli USA identificano grandi ricchezze minerali in Afghanistan”, New York Times del 14 Giugno 2010, Gli USA identificano vaste ricchezze minerarie in Afghanistan – NYTimes.com,
(12) Le Monde del 31 maggio 2010, http: //www.liberation.fr/monde/2010 …
(13) Iraq: “Scoperta di un importante giacimento di petrolio nel Sud”, http Sud: //www.lemaghrebdz.com/ page = de …

(14) “Total: importante scoperta di idro-carburi in Iraq”, Le Figaro del 30 ottobre 2013, http: //www.lefigaro.fr/flash-eco/20 …
(15) Anne Feitz, “Total fa una scoperta nel Kurdistan iracheno”, gli echi del 2 dicembre 2014, http: //www.lesechos.fr/journal20141 …
(16) Gazzane Hayat, “La Siria, un paese di transito energetico”, Le Figaro del 5 Settembre 2013, http: //www.lefigaro.fr/conjoncture / …

Fonte: Investig’Action

Disegno: Laurent Blachier

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Marco Nieli]